Quando perdi, c’è quel colpo di teatro che ti lascia nudo.
Hai sbagliato i piani.
Il banco vince e tu perdi.
Eppure, nel precipizio,
c’è il brivido della risalita.
Sono un giocatore incallito.
Rido e piango davanti allo specchio.
Poi scappo via.
Devo rincorrere ancora quel brivido.
Mi presento davanti al croupier.
Lui pensa di conoscermi.
Vede il giocatore.
Il fallito.
Ma non sa che io sono vivo.
So chi sono.
Anzi, esisto ancora di più quando perdo
e devo tirarmi fuori dal burrone.
Mi tendo la mano.
Mi rialzo.
Mi ripresento.
E ancora una volta mi lascio trascinare.
Il gioco si ripete.
Non ricordo più da quanto tempo.
Sono come un cane
che rincorre una pallina,
ancora e ancora,
senza chiedersi perché.
Ma il cane,
prima o poi,
si ferma.
È stanco.
Io mi fermo
per un’altra ragione.
Perché non ricordo più
chi ero
prima di rincorrere il gioco.
Non ricordo più
quale uomo volevo diventare.
E allora mi chiedo:
ho inseguito il brivido
per conoscere me stesso,
ed ho perso me stesso
proprio rincorrendo il brivido?
Forse il banco
non mi ha mai rubato il denaro.
Sono stato io
a consegnargli il mio tempo.
E con il tempo,
il volto dell’uomo che ero.
Ora, davanti allo specchio,
non mi domando più
chi diventerò.
Mi tormento cercando,
chi volevo essere
prima di rinunciare
a chi ero già.
Forse è lì
che ho perduto la partita.