Bussi dove credi ci sia luce,
ma è solo un riflesso,
un inganno di speranza.
Piena di domande,
con gli occhi spalancati
ed il cuore che trema
come un vetro sottile,
porgi la tua inquietudine
a chi non sa reggere la propria.
C’è chi non apre.
Silenzio netto, crudele —
eppure onesto.
Una porta chiusa
non promette
ciò che non può dare.
E poi c’è chi apre.
Ma non accoglie.
Ti guarda
come si guarda un peso.
Ti parla
come si parla a uno specchio rotto:
una parola diversa
per ogni ferita.
Ti lascia divisa.
Ti urla addosso le sue colpe
come se avessero il tuo nome,
come se fossi tu
la crepa nei suoi muri.
Ti trattiene lì,
tra carezze che sanno di catene,
tra parole che avvolgono
ma non scaldano.
Ti chiama vicino
per non restare solo.
E allora capisci,
tardi,
che alcune ferite
non ti appartengono.
Che non ogni risposta è salvezza,
che non ogni porta aperta è casa.
E impari,
con le nocche stanche,
che la vera cura
non è bussare più forte,
ma smettere
di cercare
chi non sa
tenere tra le mani
la tua verità.