Speculavo su aporie apodittiche
durante un viaggio,
sollazzando il mio ego
nel conversare con l’altra me.
D’altronde, a chi può interessare
la concreta opportunità
di accomodare la mente
e intrattenere lo spirito?
Chi possiede davvero la volontà
di chiedere al nous
di rivelare?
Sul sedile di un viaggio qualunque
le voci degli altri cadevano su di me
come pioggia non richiesta.
Cercavo un pensiero,
una parola da inseguire,
ma ogni frase altrui
si infilava tra le mie.
Così mi tappai le orecchie
per difendere
quel filo sottile
che mi teneva unita a me stessa.
L’inquietudine bussava forte,
voleva entrare,
voleva convincermi
che il silenzio era perduto.
Allora ringraziai:
Il rumore,
il viaggio,
le persone che parlavano
senza sapere di disturbarmi.
E nella sua voce disordinata
il caos si fece flusso,
e il nous trovò, nondimeno,
il proprio cammino.