Scrivere I Geometri del mondo è stato come osservare l’uomo mentre tenta di dare ordine all’infinito.
Il geometra, in questa poesia, non è soltanto lo scienziato: è l’essere umano che misura, classifica, interpreta, convinto che la conoscenza possa colmare il vuoto del non sapere.
Eppure, più lo scibile si espande, più emerge una solitudine sottile.
Il sapere diventa accumulo, le teorie si affastellano, ma l’essenza resta elusa. L’uomo conosce, comprende, verifica — e tuttavia rimane ramingo, in cerca di una conferma che non arriva dall’esterno.
Questa poesia non è un atto di accusa verso la scienza, ma un invito a ricordare ciò che spesso viene dimenticato: la conoscenza, quando perde il contatto con lo spirito, rischia di trasformarsi in isolamento. Isola nell’iperuranio, lontana dalla carne viva dell’esperienza.
Misurare il misurabile “con metro diverso” significa allora riconoscere che non tutto è destinato a essere posseduto, spiegato, chiuso. Conoscere non è arrivare, ma tendere. Non è certezza, ma apertura.
Forse non siamo chiamati a dominare l’infinito, ma ad abitarlo con consapevolezza.
Risorse accidentali, sì — ma capaci, per un istante, di guardare oltre.
Vi saluto ribadendo che
«nonostante il sapere accumulato, l’uomo resta errante, mai radicato in una verità definitiva.»