Ho scritto Un obolo per i poveri come atto di rifiuto verso una certa retorica della solidarietà, quella che si accontenta del gesto simbolico e si riveste di un’apparenza morale senza interrogarsi sulla propria reale efficacia. Questa poesia nasce da un disagio etico profondo: la distanza tra ciò che chiamiamo aiuto e ciò che, concretamente, allevia il bisogno.
L’espressione “meticolose megere” non allude a una cattiveria dichiarata, ma a una forma di zelo ordinato e moralistico, spesso inconsapevole della propria sterilità. Ho scelto parole dure perché volevo che il linguaggio stesso fosse attrito, resistenza, rifiuto della comodità. La “parvenza della stirpe dei cirenei” richiama il gesto biblico di chi porta il peso dell’altro, ma solo come simulacro: un gesto che appare nobile, senza assumersi davvero il carico della sofferenza altrui.
Quando parlo di “accozzaglie solidaristiche”, intendo una solidarietà frammentaria, disordinata, talvolta autoreferenziale, che finisce per rassicurare chi la pratica più di quanto sostenga chi ne avrebbe bisogno. Gli “onesti poveri nel mondo” restano, per me, il centro morale del testo: non figure astratte, ma presenze reali, portatrici di bisogni concreti e urgenti.
L’immagine dei “cirmoli da bruciare nel fuoco dei loro bisogni” è il nucleo simbolico della poesia. Il dono si riduce a legno: qualcosa che si consuma rapidamente, che produce un calore momentaneo ma non costruisce, non sostiene, non dura. Il fuoco rappresenta l’urgenza dei bisogni reali, che divora senza tregua ciò che è fragile e insufficiente.
La dichiarazione “mi rende acrimoniosa” non è uno sfogo emotivo, ma una presa di posizione etica. L’acrimonia, in questo contesto, è lucidità critica, è dolore consapevole di fronte all’ipocrisia involontaria di certi gesti caritatevoli. Scrivere questa poesia è stato, per me, un modo per non voltarmi dall’altra parte, per non accettare che l’apparenza del bene sostituisca il bene stesso.
Un obolo per i poveri :” se la solidarietà resta solo rituale e simbolica, non rischia forse di diventare un’altra forma di indifferenza?”